Si è svolto il 17 settembre, presso l’Auditorium del Palazzo della Regione Piemonte, il convegno dedicato alla gestione sostenibile e alla valorizzazione del patrimonio forestale e periurbano della Riserva della Biosfera MAB UNESCO Collina Po.
L’incontro, organizzato in collaborazione tra Regione Piemonte, Comune di Torino, Ente di gestione delle Aree Protette del Po Piemontese e Ordine Interprovinciale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali del Piemonte, ha rappresentato un momento di confronto tra istituzioni, professionisti, ricercatori e operatori del territorio sui temi della pianificazione forestale, della gestione dei boschi esistenti, della forestazione delle aree periurbane, della vivaistica e della gestione integrata delle risorse forestali.
Nel corso della mattinata è intervenuto Giorgio Uliana, presidente dell’Ordine Interprovinciale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali del Piemonte, che ha posto l’attenzione sulla necessità di guardare alla gestione forestale con una prospettiva di lungo periodo, tenendo conto dei profondi cambiamenti climatici in corso e della necessità di mettere in relazione esperienza professionale, ricerca scientifica e conoscenza del territorio.
Di seguito l’intervento integrale di Giorgio Uliana.
Buongiorno a tutti.
Ringrazio gli organizzatori per l’invito e porto il saluto dell’Ordine Interprovinciale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali del Piemonte.
Il programma di questa mattina affronta molti aspetti della gestione forestale della Collina Po: si parlerà di pianificazione, dei boschi esistenti, dei nuovi interventi di forestazione, di vivaistica e, infine, di gestione integrata delle risorse forestali.
Vorrei partire proprio da qui, perché credo che questi temi, pur diversi tra loro, oggi abbiano un elemento che li accomuna.
Da una parte abbiamo i boschi che già ci sono, e che dobbiamo continuare a pianificare e gestire. Dall’altra abbiamo i nuovi boschi che stiamo realizzando, anche attraverso gli importanti programmi di forestazione avviati negli ultimi anni con il Decreto Clima e, più recentemente, con il PNRR.
Nel programma di oggi, peraltro, avremo modo di conoscere direttamente l’esperienza della Città Metropolitana di Torino sulla forestazione delle aree periurbane nell’ambito del PNRR.
Boschi esistenti e nuovi boschi sono evidentemente due cose diverse. Ma credo che oggi dobbiamo porci, per entrambi, la stessa domanda: come saranno questi boschi tra trenta, cinquanta o cento anni?
Perché c’è una cosa della quale dobbiamo tenere conto: i boschi che gestiamo oggi e, a maggior ragione, quelli che stiamo piantando, dovranno vivere in condizioni climatiche che saranno diverse da quelle attuali, e questo, per chi si occupa professionalmente di foreste, sta diventando un tema molto concreto.
La selvicoltura si basa su un patrimonio enorme di conoscenze e di esperienze, costruito in tempi lunghi. Sono conoscenze che rimangono fondamentali e dalle quali dobbiamo necessariamente partire; il problema è che il contesto nel quale le applichiamo sta cambiando molto più rapidamente.
Cambiano le temperature, cambia la disponibilità idrica, aumentano alcune situazioni di stress, cambiano le condizioni fitosanitarie e cambia, di conseguenza, anche il comportamento delle specie e dei popolamenti forestali.
Questo non significa naturalmente mettere da parte quello che sappiamo, significa però che dobbiamo essere disponibili a rivedere alcuni criteri e adattarli a condizioni nuove.
E probabilmente è proprio questa una delle sfide più interessanti che abbiamo davanti: una disciplina che tradizionalmente ragiona su tempi molto lunghi deve oggi confrontarsi con cambiamenti che avvengono in tempi molto più brevi. Lo vediamo nella gestione dei boschi esistenti, ma forse lo vediamo ancora più chiaramente quando realizziamo un nuovo bosco.
Quando oggi scegliamo una specie, una provenienza, un materiale vivaistico, quando definiamo un impianto e le successive cure colturali, in realtà stiamo prendendo decisioni che dovranno funzionare non soltanto oggi, ma soprattutto tra venti, trenta o cinquant’anni, ed è proprio su questo aspetto che credo possa essere utile richiamare il nostro ruolo.
In questi anni molti professionisti stanno progettando nuovi interventi, seguendo cantieri, facendo direzione lavori, monitorando impianti e tornando sugli stessi interventi a distanza di qualche anno: tutto questo sta producendo esperienza.
Sul terreno vediamo molto concretamente quali specie stanno rispondendo bene e quali meno, dove si verificano le maggiori fallanze, quali sono gli effetti delle estati più calde e dei periodi siccitosi, quanto incidono le condizioni del suolo, la vegetazione concorrente e le cure successive all’impianto. Vediamo quello che funziona, ma vediamo anche quello che non funziona.
E credo che, in questa fase, anche gli insuccessi siano importanti, perché ci aiutano a capire quali soluzioni dobbiamo modificare; Diceva Mandela: io non perdo mai, o vinco o imparo.
Tutte queste esperienze stanno formando, quasi naturalmente, un patrimonio di conoscenze diffuse tra chi opera sul territorio. Il rischio, però, è che rimangano patrimonio del singolo professionista, del singolo progetto o della singola amministrazione.
Ed è forse qui che possiamo fare un passo avanti.
Credo che sia necessario costruire un rapporto sempre più stretto tra il mondo professionale e il mondo della ricerca.
Normalmente pensiamo a questo rapporto in una direzione: la ricerca produce conoscenze e strumenti che vengono trasferiti ai professionisti e utilizzati nella progettazione e nella gestione. ed è evidentemente fondamentale.
Ma credo che oggi sia altrettanto importante lavorare anche nella direzione opposta; oggi dottori Agronomi e Forestali possono mettere a disposizione della ricerca il patrimonio di esperienze che stanno maturando sul territorio.
Esperienze diverse, maturate in condizioni stazionali differenti, che comprendono risultati positivi, criticità e anche insuccessi. Se riuscissimo a raccoglierle, confrontarle e interpretarle insieme al mondo scientifico, potrebbero diventare un patrimonio molto più utile di quanto non siano considerate singolarmente. Si tratta di fare Sistema e condividere le esperienze in modo strutturato.
In sostanza, credo che dovremmo riuscire a costruire un percorso nel quale l’esperienza sul territorio alimenta la ricerca e la ricerca restituisce alla professione nuovi strumenti e nuovi criteri, che vengono nuovamente verificati sul territorio.
E penso che un contesto come quello della Riserva MAB Collina Po sia particolarmente adatto per provare a costruire questo rapporto. Qui convivono boschi esistenti, aree protette, territori urbani e periurbani, strumenti di pianificazione e nuovi interventi di forestazione. E non a caso il programma di oggi si conclude proprio affrontando il tema della governance integrata delle risorse forestali.
Forse anche questo dovrebbe entrare nel concetto di governance: non soltanto mettere in relazione enti e strumenti di pianificazione, ma riuscire a mettere in relazione chi pianifica, chi gestisce, chi opera concretamente sul territorio e chi fa ricerca.
Perché alla fine credo che il problema sia abbastanza semplice.
Non dobbiamo soltanto gestire bene i boschi che abbiamo o riuscire a piantarne di nuovi.
Dobbiamo soprattutto fare in modo che i boschi che abbiamo oggi, e quelli che stiamo costruendo, siano in grado di essere ancora boschi domani.
Grazie.